Efestesti critici

Selezione dei testi a vario titolo utilizzati nell’arco dell’Efestiade, premessa all’editing finalizzato alla raccolta in antologia. La pubblicazione è prevista per la primavera 2013 per i tipi della Etcetera.

  • TITOLI, FRASI E MICROPROCLAMI!  

    Rassegna di “solo” dedicata al Dio del vulcano, solitario per eccellenza.

    Grandi eventi in piccolo.

    I° festival anacronistico contemporaneo.

    Festival internazionale dell’incomplet

    Rassegna a cadenza casuale di musica e altro.

     

  • PREFAZIONI

     

    LE VOCI
    CORDE
    IS.CILIA
    ANDANTE, OSTINATO
    MOSTRI UMANI
    NEW YORK CT

    PRIMA PARTE

    La voce dell’aria, la voce della memoria, la voce interiore, la voce del sogno.
    È LA VOCE A FAR VOLARE LE PAROLE

    Il festival si propone di registrare le voci del profondo, viscere o memoria che siano.
    La voce, la lingua, le parole e, non ultima, la scrittura, la più solitaria delle pratiche comunicative.
    Gli appuntamenti sono capitoli complementari della stessa sostanza: l’espressione.
    Festival destinato a chi dispone della disponibilità. Quantomeno all’ascolto, requisito indispensabile a quel tipo di comunicazione che nel canto, nella musica o nelle emozioni trova canali naturalmente privilegiati neanche fossero il mare.
    Vivere il vulcano, sempre a contatto con le sue bocche, rende l’argomentazione istintivamente familiare. L’Etna parla la lingua madre della natura ed è un linguaggio che comprende i tre tempi della vita in contraddittoria simbiosi.
    Il dorso dei vulcani fa sembrare la terra una balena che respira nell’universo sbuffando pixel di materia visibile, i lapilli. Non a caso il festival è dedicato a Efesto e alle sue scintille. Liberi frammenti incandescenti che da oggi evocheremo uno per uno, chiamandoli per nome e ricevendone in risposta auspicabilmente la voce.
    Inizia così l’attività spettacolare della Etcetera! Avvampa anch’essa di sacro entusiasmo (in omaggio alla divinità pietrificata) che brucia nell’impossibile ambizione di tratteggiare l’identità del movimento, riconoscibile benché irregolare, libero e inafferrabile al pari della fiamma che anima il fuoco. Si ispira in egual misura alle radici e ai fiori, variopinti e pirotecnici fuochi naturali che puntualmente esplodono rasoterra con straordinaria silenziosa ciclicità. Il calendario delle proposte è una corolla di petali in autonoma relazione, struggenti Saturni i cui anelli di polline portano incisa la storia come in un tronco, disco che leggiamo seguendone il filo. Siamo puntine di grammofono.

    Il testo scritto, attraverso la musica, si traduce in oralità. La scelta di musicare le parole restituisce i racconti alla loro dimensione più congeniale, la tradizione orale. Una tradizione quotidianamente rinnovata per il continuo innesto d’invenzioni, la cui memoria giunge fino a noi con i Cantastorie e i parlatori dell’Opera dei Pupi, moderni trovatori. Fiabe, ninne-nanne, filastrocche, racconti, legende, poesie: tutte le storie, per sopravvivere, hanno bisogno di essere raccontate.

    Andante – Ostinato – Sempre scherzando

    ANDANTE

    L’Efestiade, piccola e orgogliosa come la terra che la ospita, è una rassegna a struttura aperta che si ramifica nell’arco di quattro lustri. Abbiamo stabilito un’unità di misura iniziando a riempirla sporadicamente. La nostra programmazione intuitiva tocca diversi argomenti che, come note, componiamo variamente in accordi. In questo senso il festival è uno strumento. Mossi dall’irrequietezza, insistiamo nell’attività con discontinuo entusiasmo, ispirati dai sussulti repentini cui il nostro vulcano ci obbliga. Figli della stessa logica, nel nostro piccolo così operiamo.

    IV MEZZA STAGIONE

    Presentiamo la nuova stagione (2012/2015) con un’anteprima di tre concerti, cui seguiranno 5 date circa per ognuna delle mezza stagioni successive. Almeno, questa è l’ambizione di partenza. Privilegiamo formazioni inusuali e progetti appositamente proposti, concordati o commissionati per l’Efestiade. Cerchiamo di trovare un nesso nella sequenza, ascoltando i suggerimenti del caso ma riservandoci la possibilità di intervenire ad esaltarlo. Il riuscire a programmare date fino al 2015, ci spinge per le date più lontane a raggiungere intese di massima in virtù dell’antica tradizione orale dell’accordo fra gentiluomini (Gentlemen’s agreement), quello basato sul rispetto della parola data. Quindi, ne daremo comunicazione di volta in volta. Ma possiamo intanto anticipare le linee guida di alcune mini rassegne formatesi per associazione d’idee, che saranno ospitate all’interno del festival: tra motivi musicali, grattacieli, giganti, note dolenti, echi antichi e isole remote dove si continuano ad inventare parole, parleremo –tra l’altro– di versatilità e di eclettismo, di identità e di personalità, del buio e della luna, di stupore e meraviglia. Ma, soprattutto, parleremo concretamente di sogni. Quelli perduti nella realtà e quelli realizzati nel rimanere se stessi. Per questo abbiamo scelto come ambientazione un cinema, luogo deputato da più di un secolo a proiettare quelli collettivi. Da parte nostra sacrifichiamo, avverandolo, uno dei nostri sogni ricorrente: quello di inserire dei concerti senza musica. In particolare, uno legato al vino ed uno alla grammatica, accomunati dall’esser di sovente maltrattati entrambi.

    NEW YORK CT 

    L’IMMAGINARIO CONCRETO
    C’è un immaginario che si sedimenta in verticale, un apparente negativo che si sviluppa in positivo, un niente che diventa gradualmente qualcosa. Sono le stalagmiti della mancanza, la metodica conversione di ciò che non esiste, in qualcosa di palpabile. La definizione dettagliata di ciò che, volendo, potrebbe. In questo consiste la concretezza di quanto di più vulnerabile, l’immaginazione.

    C’è incece un altro immaginario, altrettanto efficace ma inverso, che viene bruciato ritualmente a colmare ciò che irrimediabilmente non c’è più, cedendo il passo a ciò che avrebbe potuto, senza esserlo. E il fuoco ne simboleggia il vuoto. Sono queste le stalattiti che trattengono a stento le lacrime accumulate su se stesse, appese al proprio destino, aggrappate alla sorte. Gocce di nostalgia prospettica.
    Da questo punto di vista si possono considerare le due sponde della stessa materia inconfutabile benché inconsistente -sublimata o immolata-  che un giorno si ricongiungeranno.

    IL DESTINO MUSICALE

    Nel gioco dei destini incrociati, questi artisti legati fra di loro saranno tutti a Catania a distanza di pochi giorni, mancandosi di poco. Eppure saranno tutti lì. Le tre serate sono fotogrammi di un racconto aperto, la cui trama ramifica dall’innesto dei personaggi. Il presente, il passato e il futuro si intrecciano nell’arco di questa settimana in un unica corda tesa tra due estremità di cui ignoriamo l’origine.
    La natura combinatoria della musica viene esaltata dalla naturalezza di questi artisti, a sottolineare la fortuna e la potenzialità dell’essere umani.

 

  • PROGRAMMI DI SALA/HOMAGE  

    MATT ELLIOTT – La melodia del disincanto

    C’è un momento in cui il presente è appena passato, ma non è ancora memoria. Matt Elliott è il cantore di questo istante infinito, in cui i secondi si pietrificano. Parla da quel frangente e non diquel frangente. Lo rendiconta sul campo nel pieno dell’azione appena successa, registrando gli ultimi riflessi che attraversano la mente prima del buio abbandono, prima che sia troppo tardi, pur essendolo già. Quel vuoto irreale immediatamente successivo ad ogni frastuono prima che muoia in silenzio, che sprofondi con fragore nella negazione di sé, spegnendosi nelle sue stesse scintille. Un luogo di assoluta solitudine in cui anche i pensieri e le parole sembrano volerci abbandonare, affrettandosi ad essere pensati e il più possibile pronunciati. Approfittando della massima forma di coscienza istintiva, la stanchezza. I lamenti sono parole primordiali in queste canzoni che bevono, che falliscono, che ululano. Cori solitari determinati dalla concomitanza dei pensieri reiterati. È il momento in cui ci si osserva con partecipato distacco -protagonisti e spettatori insieme- accomunati nel destino compiuto e concluso in te stesso. Questa è la genesi di un ricordo. Quando la rabbia asciuga la sua voce dolente al sole oscurato del disincanto, precipita lentamente sul fondo e scioglie i tormenti nell’amarezza. La musica di Matt Elliott è un mare: gli stessi presagi, abissi, insidie, la bonaccia che nasconde una burrasca in grembo e i nemici invisibili come il vento. La fine può durare a lungo tanto da poterla vivere o raccontare come una storia. L’esistenza è la lunga documentazione di una fine che dura tutta la vita. I brani di Matt Elliott sono così, dei titoli di coda, degli excipit dalla lunghezza di un racconto. Come se la chiusura del sipario durasse l’intero spettacolo. Un finale, lungo, indefinito, sospeso, senza tempo. Il canto è una narrazione, il disincanto il suo rovescio: un accadimento che si legge a ritroso, a cominciare dalla fine. Cioè dall’inizio del suo fallimento. Qualsiasi conclusione, in fondo, è un fallimento, a prescindere dai risultati. È la vita che si coagula a contatto con l’aria in una macchia che alcuni leggono come traccia. Il presente annega di continuo nell’abisso del tempo passato. Gli eventi, le manifestazioni del reale, non sono che lo strumento attraverso cui il tempo si consuma, la rappresentazione del suo costante suicidio. Il lieto-fine è un controsenso, la fine non ha mai niente di lieto. E se la sa speranza è l’ultima a morire e perché lo facciamo prima noi. Il suo è un vertiginoso caleidospcopio monocromo di un inedito arcobaleno di grigi, e il grigio è il capolinea cromatico del fuoco che brucia dentro.

    OLOF ARNALDS – L’inchiostro vocale

    All’origine la letteratura era affidata a uno strano tipo d’inchiostro, trasparente e non ancora essiccato. L’inchiostro della voce. La melodia invisibile del parlare, memoria volatile. I racconti tramandati in groppa alle parole, lentamente hanno finito per sedimentarsi su un fondo bianco, rigandolo con lacrime orizzontali. Pagine e pagine asciugate da giorni andati. Briciole di mille argomenti in bella copia. La produzione letteraria dispone di una smisurata pre-produzione verbale, grande quanto l’intero passato. Per non parlare delle voci silenziose dei pensieri, delle tante paure e degli impossibili desideri che muovono le parole da secoli. La scrittura è l’ombra che proiettano su carta. Piccoli pianeti solitari resi in questo modo abitabili. Quel puntino blu nell’universo, sarà dovuto all’inchiostro?
    La calligrafia vocale di Olof Arnalds è proprio così, una forma letteraria liquida. Una coscienza discorsiva. Preziosa e fragile come un cristallo d’acqua. Quanto di più antico nella sua manifestazione più recente. Un canto che rinnova il tessuto melodico tradizionale con uno stile rivoluzionario: la semplicità. Espediente indispensabile a rendere credibili le storie più inverosimili, segreto artificio di tutti i racconti. La realtà è troppo astrusa per non ricorrere a simili trucchi narrativi. Con questa voce incantevole ciò che è stato parla di presenza. Una voce particolarmente umana, rassicurante, illuminante, d’inafferrabile evidenza. Melodie che conosciamo senza saperlo, immediatamente familiari. Una lingua apparentemente incomprensibile che attinge allo stesso patrimonio, così come i vulcani da una parte all’altra del pianeta allo stesso nucleo. Una voce come quella dei libri e dell’Islanda, bianchi e rivelatori entrambi. Te ne accorgi dal calore delle parole covate a lungo. Dalla sensibilità conservata intatta dal freddo della lontananza. Sembra che legga il cielo, senza alcuno sforzo, quasi fosse scritto sopra gli occhi di tutti a costellazioni cubitali. Un braille cosmico che bastava saper interpretare. Tutto questo te lo dice con una melodia. L’antica melodia del presente. L’inizio perenne di ciò che viene prima e di ciò che seguirà.

    MARC RIBOT – Il buio rumore dell’immaginazione
    L’immaginazione, come tutte le cose, fa rumore. Solo che lo fa con il suo linguaggio, è un rumore immaginato. Capita a volte che venga trascritto da qualcuno. A questo si assiste quando Marc Ribot suona, e le sue sono le corde dell’immaginazione: è il suono del buio. Indecifrabile al pari degli impulsi da decrittare, somiglia a uno stenografo intento a trasferire lo spartito dell’ombra, una galassia di particelle catalogate ciascuna con la sua nota distintiva. L’effetto è quello di un’enciclopedia della musica consultata aprendo le pagine a caso. Ogni sua esibizione, in edizione non rilegata e impreziosita da appunti e sottolineature, è una dimostrazione pratica sempre diversa. Dal vivo crea, non esegue. È una delle poche cose cui anche l’assistervi è un merito. Sceglie con naturalezza le note meno frequentate e ne sospende il giudizio, senza dimenticare che, in alcuni casi, meno note si suonano e più hanno lo spazio per risuonare. Sembra maneggiarle, le solleva a mezz’aria lasciandole cadere, le dilata e le fa rimbalzare per ascoltarle da tutti i lati. Bisogna avvicinarsi con cautela a Ribot e rapinargli quanti più insegnamenti possibile, se te lo lascia fare. “Non importa in quale direzione vai, l’importante è che arrivi fino in fondo, trovi sempre qualcosa”. Lui la cerca scavando con le dita e trovando un varco sempre nuovo, una strada -inedita o abbandonata- che non ripercorrerà mai più. Lascia tracce per non ripercorrere i suoi passi. E riesce a dare l’impressione di sapere esattamente cosa fare, pur non avendo ancora deciso com’è che lo farà. L’improvvisazione è una disciplina, un metodo in assenza di regole. Una forma che si compie lasciandola aperta o -in caso d’emergenza- rompendola volutamente. Una tecnica sopraffina celata negli imprevisti. Tutto può accadere. Mentre quello che vedi nelle registrazioni è già successo, come nei film. Anzi, parlando di lui, è già non successo. Possiamo così seguire nel dettaglio anche una storia che non esiste. Un delicato omaggio a ciò che non c’è. E Marc Ribot nel suo Film cieco sa come dirigerlo. Usa le note come millimetri sfusi, come secondi in attesa di risposta, una scrittura musicale che chiama a raccolta il silenzio. Perimetra il vuoto così come un calco e lo rende tridimensionale e riconoscibile. I suoi brani sono le spanne della distanza, uno spazio che diventa tangibile e la trama sonora ne imbastisce l’illusione. Il suono è il respiro delle immagini. Come al Cinema, accade molto di più di quello che vediamo proiettato sulla superficie dello schermo. Il suo, è un lavoro tipico da sala di montaggio, recupera accordi, sequenze, suggestioni, idee, appunti -suonare è il suo modo di pensare- e li riassembla con la stessa incoerente omogeneità che spesso l’arte -e prima ancora la natura- ci regala, illudendoci che tutto abbia un senso, anche le cose sbagliate.

    PRIMO MOVIMENTO
    JOAN AS POLICE WOMAN

    Il festival quest’anno inizia per voce di Joan As Police Woman Wasser, nell’insolita veste di solista. Avremo modo così di apprezzare la struttura essenziale delle sue musiche, una radiografia di quella profonda emozione cui Joan presta mirabilmente una qualità rara, quella di riuscire ad alleggerire l’intensità per farla volare al minimo soffio, come i piumini dei fiori. Un’intensità lieve e forse per questo ancor più disarmante, perchè non siamo preparati. I concerti in solo, sono quelli che maggiormente rivelano l’ossatura invisibile dei brani. Illustrano a voce la struttura trasparente della forma, la sua dimensione nascosta. Quella malinconia che, sotto sotto, la gioia custodisce. L’intima natura osservata al microscopio di queste gigantografie miniate che solo le canzoni riescono ad essere. A ben sentire, più che concerti, si tratta di lezioni.

    SECONDO MOVIMENTO
    JOSEPHINE FOSTER & VICTOR HERRERO

    Il secondo appuntamento (nel senso che ritorna nuovamente) è con Josephine Foster, la persona a cui dobbiamo l’intero festival. Senza di lei, infatti, senza la sua voce, il suo incanto –e senza la sua immediata disponibilità– questo progetto non sarebbe nemmeno iniziato. La sua è una partecipazione che si prevede esponenziale, nell’arco della rassegna. In questa occasione l’artista aggiunge un petalo, affiancata come sarà da Victor Herrero, suo compagno nell’arte della vita e maestro di strumenti a corda. Durante la sua permanenza in città, a Josephine Foster verrà conferita la cittadinanza onoraria di Etcetera, sotto forma di una dolcissima pecora nera (interamente realizzata in zucchero), una piccola attenzione che riserviamo solo a chi, tra gli artisti invitati, ribadisce nel tempo la propria vicinanza.

    TERZO MOVIMENTO
    PAPA M (DAVID PAJO)

    Chiude questa prima parte del programma un’altra personalità plurima, schiva e riservata abbastanza da essere annessa d’ufficio nel novero delle proposte di questa terza edizione. Un’occasione unica, vista la parsimonia con cui David Pajo si esibisce a nomi propri (ne possiede diversi), tanto è richiesta la sua presenza nelle formazioni di svariate band di tutto rispetto. La varietà dei suoi progetti e delle sue collaborazioni rende merito alla sua concreta figura di culto, nell’accezione di riferimento attivo e non di passiva contemplazione. Tra le peculiarità segnaliamo le sue cover inverse, progetto di particolare raffinatezza in cui estrae l’anima delicata del repertorio di un gruppo estremamente punk, traducendole in armonie acustiche. Un approccio scientifico e sognante insieme, una forma d’anatomia musicale concettualmente molto vicina alla speleologia o alla geologia, fuori dal tempo. Praticamente l’opposto di ciò cui siamo in genere abituati.

    JULIA KENT – Celllo
    È inconsueto e levigato il rigore con cui Julia Kent rende attuale il suono di uno strumento classico; sovrappone dal vivo piccoli frammenti sonori e li ricompone in una partitura che ne orchestra l’ambito percettivo. Il suo personale approccio sonoro al violoncello, nella ricerca della sua intima voce, passa dal meticoloso arrangiamento di dettagli che ne interpretano di nuovo l’antico respiro. Come avviene in natura, la sua è una stratificazione progressiva di suoni che si combinano in figure melodiche semplicemente complesse, percorse da velature d’entusiasmante malinconia. Artista trasversale incline ad una sperimentazione dalle radici profonde, compositrice di un’audacia rassicurante, la si può considerare un’autentica suggeritrice di emozioni.

    PSARANTONIS – (      )
    Colui che tace in tutte le lingue, questa volta canterà. Lo farà con un ruggito fioco, il suono di una rauca memoria. Le sue sono asciutte rovine verbali. L’ossatura di un tuono, inteso come fragorosa manifestazione di ciò che è stato. Cultore degli idiomi del silenzio ne conosce i segreti accenti e l’ortografia invisibile. Una partitura che fende con un filo di accordi prolungati. Le sue note sono piccole saette scoccate con l’archetto. Non fanno centro ma lo perimetrano a incorniciare l’inevitabile. È un distaccato cantore abile nel leggere il presente con gli occhi del passato, e quello di saper leggere a distanza è il dono classico della maturità. Quelli di Psarantonis sono sospiri ancestrali, mormora a voce alta a nome di tutti, con mitica ruvidezza. Narra di una realtà che non intende levigare, al centro della scena ormai vuota del passato. Un tempo che, come il silenzio, morde con le parole.

    DANILO ROSSI – VIOL(A)
    Strumento cordofono a frizione diretta, col manico (tanto per iniziare). Vanta più di un antenato e numerosi discendenti. Più che un nome, Viola è un cognome, trattandosi di un’intera famiglia. E come in ognuna di quelle che si rispetti, ciascuna dispone di un proprio carattere, operando con alterne fortune. Da braccio e da gamba, e poi d’amore, bastarda, pomposa, di bordone, di discanto. Sono molte le corde da pizzicare, ma solo quelle d’amore vibrano per simpatia. L’epoca delle Viole è passata, eppure stasera possiamo ancora ascoltarne la voce, grazie a un Danilo Rossi quotidianamente attraversato da una scarica di insopportabile delicatezza, tale da costringerlo ad espirarne i residui. Così che il suono viola ancor più leggero, sfidando la sua stessa gravità. È la voce interiore dell’armonia: triste, appassionata e malinconica.

    ERIC CHENAUX – Il suono cantato
    Raffinato interprete dell’arte che suona, il compositore -più che altro canadese- Eric Chenaux è artefice di uno di quei salti temporali che, con particolare efficacia, la musica è in grado di regalarci. In lui rivive per incanto la memoria resa liquida dei cantori e degli antichi compositori (spesso italiani) per chitarra. Ne sublima l’eco nell’inaspettato utilizzo di effetti legati a tutt’altra matrice sonora, come il wah-wah. Le sue sono pluri-melodie liriche, fluide simbiosi armoniche di chitarra e voce che si dissolvono le une nelle altre, senza alcuna possibilità di soluzione. Deforma il suono ondulandolo in composizioni di carattere contemplativo, oratori d’ispirazione astratta e di discreta solennità. Un canto a una voce sola, ma con più linee monodiche che si si intersecano alimentandosi a vicenda, in uno stormo sinuoso che migra nel tempo, più che nello spazio. Virtuoso sperimentatore di semplici armonie, giustapposte come le sfumature al tramonto. Le sue note giungono fino a noi per rifrazione, le udiamo quando già non esistono più. In questo la sua musica somiglia alla luce delle stelle, e ci dice di quanto possa essere vicina la distanza dei secoli.

    BENNI HEMM HEMM – Viaggio al centro della musica.
    Per la prima volta in Italia, l’orchestra flessibile (da 1 / 30 elementi) capitanata con impeccabile cortesia da Benedikt Hermann Hermannsson, inesauribile protagonista di una scena di prolifica promiscuità musicale. L’irruente gentilezza di tali gemme musicali ricalca l’orografia di un isola che veste di muschio la pietra nuda, rendendola soffice. Musica chiara e avvolgente come la lingua sconosciuta di una melodia comprensibile. Sono dei crescendo irresistibili, si gonfiano come onde che arrivano da lontano e si sollevano sopra di noi. Le cavalca indicandone la direzione, per poi percorrerla tutti insieme e tutto d’un fiato. Le sue audio storie seguono due registri, il tema raccontato a parole e lo svolgimento corale, il dettaglio verbale e l’intero paesaggio sonoro. I fiati, per le note, giocano il ruolo delle mongolfiere, per sorvolare i generi come nuvole. In pratica, riassume la faccenda fin dall’inizio e poi la lascia respirare, prende la rincorsa e spicca il volo. Sono fiabe dal vivo, apriamo gli occhi e abbandoniamoci a tale irruente delicatezza per mano -questa volta- di Kari, Ingi, Pall e Benedikt.

    JOSEPHINE FOSTER – WA  TER  FALL
    La subliminale scrittrice di canzoni Josephine Foster ci ricorda che siamo fatti d’acqua, liquidi come sogni e trasparenti come ricordi. Cascate, fiumi, pozze, geyser, gocce, nebbia. L’acqua scorre come sangue in queste canzoni, fluisce esplode cade traspare. Il suo è un richiamo, un’invocazione che suona già da risposta. Una nuova costellazione si disegna nel suo firmamento musicale, racconta la sacralità delle stelle, degli antenati (brillanti astri invisibili) e della divinità di esser figli di tutto questo. Le sue canzoni vengono da lontano, fermandosi per una sera sulla zattera dello specchio d’acqua del Teatro Greco Romano di Catania. Josephine, Paz, Heather, Ben, Victor, bello vederli lavorare assieme così felici di farlo. Lo si capisce dalle facce e dal modo in cui suonano. Certe cose accadono solo una volta, e questa volta era oggi.

    MARY HALVORSON TRIO – (3)
    Sembra che non ci colpa, eppure è tutto merito suo. Anche quello di sapere scegliere i comprimari, ecco il segreto. Solo così si può governare -come fosse un unico strumento- un suono che sfugge di mano continuamente, che può sparire nel nulla da un momento all’altro. Sembra che lei riesca sempre a convincerlo senza mai addomesticarlo. Un suono selvatico, libero, che senza motivo apparente, all’improvviso accetta qualcosa dalla sua mano. Mary Halvorson si permette, suonando con altri, quanto altri si permettono solo da soli. In questo, il suo, è un trio unico.

    VINICIO CAPOSSELA / MARC RIBOT – (2)
    Che dire, sono due che viaggiano nelle canzoni, ci si sporcano e poi volano via a fecondarne delle altre. Funamboli con più corde a disposizione, in perenne equilibrio su se stessi. Questa volta si incontrano da soli, senza intermediari, a ripercorrere le esperienze passate senza dimenticare di aggiungerne altre in margine, riflessioni rebetike, arie di tango, passando per le semplici cose della notte, a sud del giorno. Ribot dice tutto con la sua chitarra, Capossela suona tutto in ciò che dice. Entrambi possono concedersi qualsiasi cosa, cavandone sempre dell’altro.

    EVAN LURIE – (1)
    Maestro d’intransigente elasticità, condivide gli insegnamenti ricavati dall’esperienza con generosità pari alla semplicità del consegnarteli, senza preoccupazione alcuna di ciò che ne sarà: il testimone nelle sue mani è un fuscello fragile al punto di desiderare di averne cura. Vera chiave generazionale senza la quale molte porte rischierebbero di rimanere chiuse. La sua è sempre stata un’avanguardia acustica, basata sulla coscienza, oltre alla conoscenza, di ciò che precede. Attraversa i generi senza lasciarsi distrarre, i piedi bene a terra e la testa sbilanciata in avanti.

    QUOTES

    Non devo più aprire
    la porta della nostalgia _
    perché quando metto la chiave,
    sempre, si rompe.

    Anonimo – Barcelona, aprile 2010

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