The Belly of the Whale

Il presagio, da La grande balena illustrata (Edizioni Etcetera 2012).
Illustrazione di Patricio Morrison.
Carta di cotone della Cartiera dell’Etna Franco Conti – 2010


Catania, lì.


Del perché di un documentario muto, a colori.

Di solito salta all’occhio soltanto la parte emersa, il conclamato che si emancipa dalla superficie. Insinuato così com’è, il resto s’intuisce oppure lo s’immagina; è il mondo latente che giace pi+ a fondo, spartito un poco dappertutto.

Questa istantanea dinamica segue il tragitto della balena prima che si manifesti. La premessa mantenuta, lo spettacolare prima dello spettacolo, di primo pomeriggio. Il possibile nel pieno possesso delle sue facoltà. Illustra il meccanismo dell’immaginazione con le maestranze a lavoro, intente a calibrare il dettaglio della meraviglia. È stato come immergere la testa sotto il pelo dell’acqua e aprire subito gli occhi, tanta era la curiosità, lì dove le immagini fatteliquide tremano sul punto di cancellarsi, si mescloano, sorvappongono, confodnono e infine si perdono dissolte nell’assenza di prospettiva. Eppure la realtà, così sfocata e distorta, traspare finalmente per quello che è: fantastica.

Da alcuni frammenti è stato ricostruito ciò che, avendo avuto la fortuna di assistervi, si era in un primo momento registrato con lo sguardo. Oggi se n’è depositata la memoria. Nel tentativo di spiegare qualcosa senza dire niente. Mostrare per non dimostrare. È una testimonianza, innanzitutto. Resa sottolineando alcune fasi celebri. Un testimone monoculare per un contributo obiettivo solo in termini fotografici in quanto, quello adottato, è uno strumento affetto da evidente ciclopìa. Un mero punto di vista. Un resoconto parzialmente fedele di quanto accaduto, di quello che —per quanto invisibile— a buona ragione si può considerare la struttura importante. La triplice pancia di questo disco (((Marinai, Profeti e Balene))) nasconde dei tesori sepolti e la sua ricchezza è tale da rischiare di occultarli per tutta la vista. Irrimediabilmente. Ho voluto così rendere merito a ciò che soccombe attivamente e che, come le onde, svanisce pur partecipando al tutto, annegando nella malta dell’intonaco senza il quale —a dire il vero— nessuna storia attecchirebbe visibilmente. Momenti irripetibili (al contrario del prodotto spiaggiato), sacrificati generosamente alla nobiltà della causa.

D’altreonde anche il destino, nei suoi disegni, sacrifica parecchio.
L’abbiamo assecondato ispirandoci allo stesso principio nell’illusione di governarlo; così come lui ci lascia fare nel compiersi. La regia consiste, quindi, nel trascrivere la scelta dettata dal caso esattamente a caso, letteralmente per sommi capi. Intere sezioni spostate, rotte invertite e maglie del racconto allentate, cercando di capirne il segreto per combinazione. Abbiamo verificato che, slittando in corso d’opera i piani sonori e spazio-temporali, la trama si formava da sé (ad esempio il sincrono, cioè quando l’immagine si ricongiunge al suono, rappresenta l’agognato presente). In buona sostanza, si è cercato il ricordo per sfuggirlo nel fronteggiarlo, e attualizzare così l’esperienza passata. Innestando le canzoni come piante. Invertendo e ruotando il senso delle immagini. Rileggendone il verso, con un occhio di riguardo a quelle che —per inclinazione innaturale— fanno riflettere sul vero senso della parola e rispecchiano indirettamente i fatti con maggiore autenticità. Ciò è dovuto alla scorciatoia del necessario distacco, il rimbalzo: “colui che svela con discrezione”. Nell’accostare i diversi sviluppi della stessa intuizione musicale —tanto per dirne una— più che la funzione della gradualità ai fini della maturazione, crescita e coscienza, risalta piuttosto l’ineluttabile consequenzialità delle scelte. Riscontrando che una nuova inaspettata fertilità crepita nell’inversione libera dei piani di lettura, tanto che il sole riflesso rivela così la sua intima natura di stella, brillando senza accecare; che da un brano emerge una strofa isolata in mezzo al mare strumentale; che un contrabbasso può migrare in un’altra canzone in tutta sincerità; che un vibrante segnale lontano di flautata ruvidezza può affiorare a fendere il silenzio come una pinna; e più in generale, che le provviste musicali, stivate a ragion veduta, possono tornare utili altrimenti. L’increspatura della melodia tradisce il suo prender forma sotto i miei orecchi e, soprattutto, riescono a convivere i lamenti, in coro com’è giusto che sia, senza possibilità di scelta. A dimostrazione che quelli della balena saranno forse i più forti emessi da qualsiasi essere vivente in circolazione, ma di certo non i più tormentati. Quest’ultimi, tra l’altro, coprono solo la breve distanza. Costringendo ad avventurarci in balìa degli eventi contenuti in una stanza. Marinai di spirito, mattinieri d’insonnia e coraggiosi soltanto se necessario, alla bisogna. Comunicando per immagini come nei sogni. Esprimendosi tacitamente, al pari dei segni mimetizzati in tutto ciò che ci circonda.

Immagini da trasporto, tenendo a precisare che in questo (micro)film che scorre come vita davanti agli occhi, tutti gli effetti sono naturali: di speciale c’è solo quanto accaduto. Una vicenda d’indole Ciclopedica che a tratti sembrava un western nautico, almeno a giudicare dagli attori. Tutto documentato a memoria. Ambientato al buio, nel motore di qualsiasi attività, in quell’area d’attesa dove confluisce, si traduce ed elabora (in altre parole si compone) quanto in precedenza assimilato. Quell’intimo abisso custodito da ciascuno, il buio personale che ci portiamo dentro e dal quale siamo soliti venire e dare alla luce. Luogo tradizionalmente deputato alla gestazione, il ventre è il primo universo a ospitarci e che abitiamo in quello che è un autentico grembo collettivo, la terra.
Tale metabolismo andava comunque accertato, secondo i precetti di San Tommaso, antesignano e protettore di tutti i documentaristi. Col senno di poi si evince addirittura ciò che sarebbe accaduto. Un presagio a ritroso accennato nei minimi particolari al punto da convincerci che non poteva essere altrimenti: ah, ecco perché­!
Sono cose che non comprendi a pieno finché non le osservi alla debita distanza, qui misurata in fotogrammi (preziosa ambra digitale). Immagini miliari. L’ho capito io stesso, lasciando le mani libere di decidere quali reperti portare in superficie.

Tra le altre cose ho capito che il ritmo ha una sua grazia;; che anche gli dèi patiscono la stanchezza;; che l’accennare è più esaustivo;; che quando la macchina urta il muro di casa lo sta salutando con un bacio;; che il ritorno è subordinato alla partenza (sebbene, al momento, l’unica via praticabile —a basso costo— risieda proprio nella memoria);; che Polifemo, fenomeno dell’epoca realmente esistito, sostanzialmente era malato;; che la viola brucia perché disinfetta;; che le corde d’amore vibrano per simpatia;; che si può stridere dolcemente tra le braccia;; che le unghia graffiano ancor più di piatto;; che il più delle volte l’attesa è un grembo vuoto (detto tra parentesi, perfino nell’Odissea si aspetta Nessuno);; che devi sputare fuori la gran parte per trattenere l’essenziale;; che è più imbarazzante brancolare nella luce;; che si può tacere in tutte le lingue;; che la vera Itaca è dove non si torna e ci accomuna tutti;; che la balena, destino coagulato, è un’unità di misura grande quanto una casa ed è capace di trattenere un respiro spropositato.

Il respiro del mondo intero, il suo passato più prossimo. Un tempo indefinito che, come la notte, percepisci pur non vedendo. Ti nutre con un plancton complesso e singolare che ingloba un fine pulviscolo di esauste spore temporali, le molecole di ciò che è stato, serbandone traccia. Le trattiene come lacrime, in minuscole gocce di salmastra memoria volatile. Piccole particelle sospese in oceani d’istanti. Il mare sembra vuoto eppure è pieno. Per quanto ti illuda di conoscerlo, non ne cogli l’essenza se non attraversandolo. Lasciandosi tutto alle spalle, nella consapevolezza che in acqua per tornare indietro si è costretti ad andare avanti. Con un po’ di fortuna ci scappa pure che avvisti la balena, ma devi essere svelto: appare così velocemente che forse per questo qualsiasi esperienza luminosa, intensa e di breve durata si dice passi in un baleno. E questo è quello che fu.

novembre 2011


THE BELLY OF THE WHALE
Viaggio al centro della Balena

regia di Jacopo Leone (riprese, scomposizione, etc.)
con Federica Italiano (montaggio, ricomposizione, etc.)
durata: una mezz’ora buona

Etcetera 2011

http://www.etcetera.it

Testo Etcetera, riproduzione e diffusione auspicata.


Foto: © Etcetera

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